“Ehi! Perché non esci ora che puoi?”

“Eh, per lei è facile entrare fuori…”

Entrare fuori. Vorrei soffermarmi su questa espressione per raccontare la mia esperienza di visita al manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma.

Sembrerebbe un’espressione sbagliata o almeno distorta, strana; ma proviamo a sforzarci e a immedesimarci in una qualunque di quelle migliaia di persone internate nei manicomi: spogliate delle loro cose, obbligati in stanze tutte uguali, a volte legati, senza fare nulla tutto il giorno. Chiusi.   Senza contatti con l’esterno. Dimenticati, Inesistenti.

Se riuscissimo solo in minima parte ad immedesimarci in questa disperata condizione forse potremmo arrivare a capire che per quelle persone uscire fuori significava entrare fuori, entrare in un luogo diverso e che forse non conoscevano o non riconoscevano più.

È stata una visita molto impattante in quanto ci ha immerso nella storia dell’istituzione manicomiale e ci ha addentrato nella disumana condizione dell’esclusione sociale perché diverso.

Un luogo all’apparenza ameno, circondato da una varietà di piante che nulla ha da invidiare all’orto botanico di Roma, il tutto per nascondere, perché nessuno poteva e doveva vedere: il manicomio, istituzione che serviva principalmente per maniere il decoro pubblico delle città e, proprio per questo, luogo in cui finivano non solo persone con reali problemi psichici ma anche e soprattutto gente povera, orfani, vagabondi, prostitute.

Una micro-società che si auto sosteneva proprio per limitare al minimo i contatti con l’esterno.

L’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà inizia la sua attività proprio a monte Mario nel luglio del 1913; centotrenta ettari con quarantuno edifici ospedalieri. Era la più grande struttura ospedaliera psichiatrica d’Europa con la capacità di più di mille posti letto.

I “pazienti” entravano con il certificato che attestava lo status di pericolosità più o meno elevato per sé e per la società e, solo sulla base dell’osservazione dei comportamenti che essi manifestavano (e non rispetto alle reali malattie psichiatriche presenti) venivano suddivisi nei diversi padiglioni, senza alcun tipo di omogeneità di età, terapie e patologie.

Caratteristica di questo tipo di istituzione era l’inattività assoluta, condizione che portava naturalmente il paziente a regredire e a manifestare segni di aggressività:

La sera vennero abbassate le sbarre di protezione e si produsse un caos infernale. Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a calciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti. Ma NON ERA FORSE LA MIA UNA RIBELLIONE UMANA? NON CHIEDEVO IO DI ENTRARE NEL MONDO CHE MI APPARTENEVA? Perché quella ribellione fu scambiata per un atto di insubordinazione?

Alda Merini, L’altra verità

Condizioni disumane e costrittive che sicuramente non aiutavano i pazienti a rinsavire e ad avere una possibilità per il futuro.

Oggi come oggi molti dei padiglioni dell’ex manicomio risultano fatiscenti ma proprio per questo ci si rende ancora più conto del contesto in cui migliaia di persone sono state costrette a vivere.

Il padiglione dell’accettazione: la porta che introduceva all’inferno e che vedeva entrare e quasi mai uscire qualcuno.

Sopra una finestra con il disegno che sembra quasi essere un ritratto: forse una donna, forse la suora che si dice stesse sempre lì, proprio a quella finestra. Un disegno che sembra una figura quasi mitologica, sicuramente poco umana e che può essere sintomo dello stato d’animo dei pazienti che distorceva la realtà.

In un’altra zona una rete e un filo spinato: sembra un lager in miniatura in cui ogni via di fuga è disperatamente proibita e dove la personalità viene totalmente cancellata.

La Persona de-personizzata: già all’ingresso i nuovi pazienti venivano spogliati di ogni loro avere, occhiali compresi; noi non siamo le nostre cose ma le nostre cose ci rappresentano e comunque appartengono a noi, nessuno dovrebbe essere privato di esse. Questo era il primo passo verso la spersonalizzazione e l’omologazione.

Nel padiglione 6 sorge il Museo Laboratorio della Mente: un percorso ispirante che porta ad una profonda riflessione sul concetto del diverso e dell’esclusione sociale simbolo dell’istituzione manicomiale.

 

Una visita, questa, che consiglio vivamente di fare, accompagnati dalla lettura del toccante libro di Alda Merini Un’altra verità in cui racconta la sua esperienza decennale in manicomio e con la guida professionale e passionale di Alessandro Rubinetti con il suo Teatro reale.

Museo Laboratorio della Mente

Teatro reale

 

 

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