L’estate scorsa, ogni volta che salivo in macchina, sentivo risuonare alla radio “Sei un pezzo di me” di Levante featured Max Gazzè.

Una canzone molto orecchiabile ma che soprattutto mi rimaneva fissa nella testa per giorni.

Avete presente quando anche accennate per sbaglio una canzone di Cristina D’Avena della vostra infanzia e quella per giorni e notti vi accompagna nella testa come un martello pneumatico?

Ecco così mi succedeva quest’estate.

Quando però mi accade questo, mi incuriosisco e rifletto nella mia solitudine, perché se qualcosa mi si imprime cosi prepotentemente nella mente significa che quest’ultima mi vuole condurre alla scoperta di qualcosa.

Ho provato a domandarmi quale via la mia mente mi volesse indicare, ma non c’era verso di capirlo; Max Gazzè lo conosco bene, lo ascolto da sempre quindi non poteva essere lui la meta della mia ossessione. La canzone l’ho analizzata e l’ho trovata sadicamente intelligente, però non era nemmeno quella…allora forse era lei, quella cantante, Levante che a pronunciare il nome non mi diceva molto (causa mia ignoranza).

Ho scoperto ben presto essere l’autrice di un altro pezzo che mi era prepotentemente entrato nella testa qualche anno fa, Alfonso, con “è una vita di meeeeerdaaa“…e chi se la scorda e soprattutto chi non ha urlato a squarciagola quella frase sentendola sua almeno una volta?

Fatta questa eccezionale scoperta ho deciso di inoltrarmi nella vita cantautorale di questa giovane siciliana ma torinese, perché era evidente che la sua musica mi parlasse da qualche anno a questa parte.

DIAGNOSI: credo di aver trovato il mio alter ego musicale.

Ogni sua parola, ogni nota mi entrano dentro come se mi capissero, come se sapessero che era giunto il loro momento di venire alla luce nella mia vita.

Non mi interessa la Levante di XFactor, mi interessa la Levante-cantautrice, poetessa, scrittrice. Levante poetessa perché per me, saper scrivere, sia a livello musicale che didascalico che letterario, significa essere in grado di usare le parole in modo così sapiente da sfondare l’anima. E lei, questa giovane ragazza, ha una capacità di mettere una dietro l’altra le parole in modo fluido e irrompente, che non puoi non entrare in empatia con lei.

La capacità di usare le parole per emozionare denotano estrema sensibilità e un modo di saper cogliere la vita che solo chi la sa vivere riesce a carpire.

Ho ascoltato il suo primo album, Manuale Distruzione, e poi l’ultimo, Nel caos di stanze stupefacenti, ed ho percepito il sudore, la gavetta e la potenza di chi ha qualcosa da dire e, man mano che cresce, ha parole da vomitare che aumentano ma la maturità aiuta a gestire questo flusso che arriva dallo stomaco e permettere anche agli altri di entrare in simbiosi con te.

Devo dire che la mia testa si è completamente abbandonata a Levante con l’ascolto dell’album Abbi cura di te:

Nulla è più contorto
di un’anima in pena
che cerca il sereno nel buio profondo

(Mi amo)

Parole semplici ma che spiazzano. Vi sono apparenti contraddizioni, contorto/anima, anima/pena, pena/sereno, sereno/buio profondo, perché ad una visione superficiale l’anima è qualcosa che vive nella pace del silenzio; è quel luogo dove vige serenità e dove la luce è quasi sempre accesa.

Saperla invece contorta, in pena e fluttuante nel buio profondo, ti stende. E come si può cercare sereno al buio? Come si può ritrovare la bussola nell’oscurità? Con la forza in se stessi, con l’amore per se stessi.

Qualcosa di nuovo? No, certo, però queste parole in musica contorcono perché arrivano dirette, impattanti, costringendoti ad analizzarti e a chiederti “io mi amo davvero?”.

Per arrivare alla canzone che sento, quella che appena l’ascolto mi ci perdo come se l’avessi scritta io, “Abbi cura di te“.

Ovunque andrai abbi cura di te,
cura dei tuoi guai
Io ti ricorderò
tra i miei desideri e i sogni che
la notte porta e il giorno non cancella
mai

Un giorno poi abbi cura di me,
cura di noi
per ogni passo che ho fatto per venire fino a te
per quelli che farei, per quelli che farò
per non stancarmi mai,
mai

E chiamami amore, senza tremare
saremo anche banali
ma che nome dare a questo vortice che porto al cuore?
Ancora
chiamami amore e ci faremo male
ma che cosa vale vivere tra le paure senza avere mai il coraggio di rischiare?

Amore…

Difenditi!
Il vento soffia, sposta il tempo, il tempo soffierà su te
per ogni volta che abbasserai lo sguardo
senza più chiedere perché, chiedere di me
tu non scordarti mai, mai, mai, mai…
E chiamami amore, senza tremare
saremo anche banali
ma che nome dare a questo vortice che porto al cuore?
Ancora
chiamami amore e ci faremo male
ma che cosa vale vivere tra le paure senza avere mai il coraggio di rischiare? Amore…

Segui la parte sinistra, il battito lento, l’istinto che sia
Segui le orme dorate, i cieli d’argento, non perderti via

Ho sottolineato ciò che mi rapisce, ciò che mi colpisce, ciò che mi tradisce.

Un colpo, uno dietro l’altro, senza soccombere, al suono soave di queste parole che creano in me frastuono e chiasso come se fosse heavymetal.

Anche senza sentire la musica, le parole bastano per creare l’atmosfera di quell’amore che finisce senza in realtà finire mai.

E arriviamo all’ultimo album, quello che, se non lo sapessi e fossi presuntuosa, penserei fosse una mia biografia ufficiosa.

Levante parla di me! Nel caos del preludio o davanti allo specchio che riflette le mille Valeria o nel mondo che crolla accanto a me senza che me ne importi più di tanto.

Resto spesso al tuo cospetto a chiedermi
Il prezzo da pagare per difendermi
Dalle opposizione delle mie metà
Stare in equilibrio dentro la realtà
Vagare nella notte senza mai trovare sonno

Difendermi dalle opposizioni delle mie metà, il mio eterno scontro interiore tra Eros e Thanatos, in quel conflitto sfociato nel Lupo, quel lupo della steppa che Hermann Hesse ha portato alla luce della mia anima con il suo capolavoro.

E queste parole di Levante sembrano cucitemi addosso, riesco ad entrare in piena empatia con lei, a non sentirmi sola nel labirinto delle mie “me stessa”, nel caos che ho dentro e che “mi si legge in fronte”; ma io,

mi porto fino alla fine del mondo
Voglio andare più a fondo
Voglio le ali pensieri su cui volare
Dove non so toccare la terra è distante
Questo pianeta
Dalla mia amata meta
Metà di me non sa più dove vorrebbe andare
L’altra vuole restare.

Grazie Levante.

Per avere questa scrittura così empatica.

Per raccontare la mia testa in modo così preciso da farmi dubitare che il caos che ho dentro sia dovuto a suggestione per le tue canzoni.

Per essere sensibile, discreta e delicata, qualità che ti permettono di guardare il mondo e di poterlo interpretare con grande umanità.

L E VA N T E 

 

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