Piazza di Spagna. Quasi Natale.

Ho i capelli corti, come mai ho avuto.

Dicono che quando una donna cambia look significa che qualcosa in lei sta accadendo.

Io non ci faccio caso, non penso più a queste cose, non mi faccio più domande per ciò che non può avere risposte perché queste sono racchiuse in uno scrigno sigillato all’interno della nostra testa.

E allora guardo.

Sono uscita senza scopo, senza meta.

E guardo, guardo dall’alto della scalinata di Piazza di Spagna e vedo persone che camminano fotografano ridono guardando i loro telefoni costantemente tenuti in mani ben salde.

È bella Roma vista dall’alto, i suoi tetti sono unici, tra terrazze nascoste, cupole, campanili è uno skyline frastagliato, non omogeneo e per questo affascinante.

Che noia l’omogeneità. Il piatto. Il sempre uguale.

E poi ho le cuffie nelle orecchie.

Quando cammino per le strade di una città devono essere solo i miei occhi a catturare ogni dettaglio.

Non voglio distrazioni di voci, motori, clacson, sirene, campane, niente.

Solo musica.

Musica che mi fa vibrare.

Musica che mi fa pensare. Mi fa pensare alla fallibilità dell’essere umano, alla sua fragilità. Alla capacità di compiere errori, di ripercorrerli e di emozionarsi.

A volte possiamo sentirci esseri malvagi, perché inseguiamo qualcosa di bello a scapito di altro. Perché pensiamo sempre agli altri e mai a noi stessi.

Abbiamo paura di pensare a noi stessi. Perché? Perché abbiamo paura di sbagliare. Di cadere. Di fare male. Di soffrire. E la sofferenza incute timore perché l’essere umano è sempre alla ricerca della comfort zone, preferisce l’omogeneità all’eterogeneità.

È tutto normale. Così normale da essere noioso.

E guardando le persone qua sotto di me che vanno e vengono, penso a chi di loro possa dirsi felice. Parlo di quella felicità che non significa sicurezza, ma fa più rima con euforia, quella pazza follia che ti fa fare cose che mai avresti pensato pur di mantenere quella felicità. Quella follia che ti farebbe correre incontro al sole urlando a squarciagola ‘sono felice!’.

Non so quanti di loro si sentano così. Quanti di noi!

Forse solo in certi attimi succede a tutti, però poi subentrano un miliardo di fattori che ti fanno tornare presente a te stesso e ti obbligano a tornare allo status quo. E così, quella fiamma che si era accesa, se non alimentata, si spegne e occorrerà aspettare qualcos’altro che improvvisamente arrivi ad accenderla.

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